La Russia: imperialista da sempre
un popolo che si crede legittimato a dominare il mondo
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Andreas Arno Michael Voigt
premessa
Il seguente contributo è un appassionato tentativo di far capire a chi è accecato dalla propaganda qualche coordinata in più sulla natura dell'aggressione all'Ucraina.
C'è un punto su cui qualche precisazione andrebbe fatta: la liberazione della servitù della gleba arriva (molto) tardi in Russia rispetto ai paesi europei, ma non rispetto agli Stati Uniti, dove Lincoln agì in tal senso più o meno negli stessi anni (e incontrando strenue resistenze: la guerra di secessione).
testo
«A molti, purtroppo, occorre ancora ricordare una cosa elementare, ma scomodissima: la Russia non è mai stata soltanto una nazione. È stata, quasi sempre, una forma imperiale del potere. Una macchina storica costruita sulla conquista, sulla paura, sulla sottomissione delle periferie, sulla verticalità assoluta del comando
Naturalmente esiste la Russia della letteratura, della musica, delle icone, della neve, della malinconia, dell’anima spalancata sul dolore umano. Esiste Tolstoj, esiste Dostoevskij, esiste Čajkovskij, esiste quella profondità culturale che ha parlato all’Europa con una forza quasi ipnotica
Ma accanto a questa Russia, anzi spesso sotto questa Russia, c’è sempre stata un’altra realtà: lo Stato russo come organismo predatorio. Lo Stato russo come potere che avanza, incorpora, reprime, deporta, russifica, cancella, rinomina, riscrive. Un potere che non ha mai davvero concepito il confine come limite, ma come provvisoria linea d’attesa. Non una frontiera da rispettare, ma una ferita da spostare più avanti
Dal Quattrocento in poi, la storia russa è una lunga dilatazione dello spazio. Mosca prima assorbe, poi conquista, poi pretende di essere centro naturale di mondi che naturali non erano affatto. Principati, khanati, popoli turcofoni, comunità altaiche, tatari, mongoli, buriati, jakuti, ciukci, popolazioni siberiane, caucasiche, baltiche, ucraine, polacche, finlandesi, centroasiatiche. Un mosaico umano immenso, trattato troppe volte non come pluralità di popoli, lingue, memorie e diritti, ma come materia amministrativa da piegare alla grammatica dell’impero
La conquista della Siberia non fu una passeggiata nella neve. Fu colonizzazione armata, tributo imposto, violenza cosacca, sfruttamento delle risorse, sottomissione delle popolazioni indigene, trasformazione di territori vivi in retroterra dell’impero. Le popolazioni altaiche, mongole e siberiane furono spesso spinte in una lenta marginalizzazione: tassate, convertite, reclutate, private di autonomia, assorbite dentro un ordine statale che parlava russo, comandava russo, puniva russo
La russificazione non è stata soltanto una politica linguistica. È stata una tecnologia del dominio. Prima si conquista. Poi si cambia il nome dei luoghi. Poi si spostano le popolazioni. Poi si riscrive la memoria. Alla fine, quando arriva lo storico distratto o il diplomatico compiacente, tutto appare “naturalmente russo”. Naturalmente, appunto. Come se la natura avesse firmato i decreti imperiali
La Crimea è uno degli esempi più evidenti. I tatari di Crimea non sono una nota folkloristica in fondo alla pagina. Sono un popolo con una storia propria, una patria propria, una memoria propria. La Crimea fu incorporata nell’Impero russo nel Settecento, poi sottoposta a un processo lungo di trasformazione demografica e culturale. Nel 1944, sotto Stalin, arrivò la deportazione di massa: un intero popolo accusato collettivamente, caricato sui treni, sradicato, spedito lontano. Case svuotate, cimiteri abbandonati, toponimi cambiati, memoria sequestrata
Questa non è soltanto crudeltà. È metodo
Lo stesso metodo lo ritroviamo nel Caucaso. La Cecenia è stata trattata come si tratta una provincia ribelle da punire, non come una comunità politica da ascoltare. Nell’Ottocento il Caucaso fu conquistato con guerre lunghe, feroci, sanguinose. Nel Novecento arrivarono deportazioni, sospetti collettivi, repressioni. Dopo il crollo sovietico, le guerre cecene mostrarono al mondo una verità antica con mezzi moderni: Grozny rasa al suolo, civili schiacciati, sparizioni, torture, punizione collettiva, poi ricostruzione autoritaria sotto un potere locale fedele a Mosca
La pace russa, spesso, funziona così: prima distrugge, poi nomina un vassallo, poi chiama stabilità ciò che resta della paura
La Georgia, nel 2008, ha ricordato a chi voleva dimenticarlo che la Russia non accetta facilmente la sovranità piena dei popoli vicini. Quando uno Stato confinante tenta di uscire dall’orbita di Mosca, non viene considerato semplicemente un vicino che compie una scelta politica. Viene considerato una proprietà smarrita, una provincia ingrata, una deviazione da correggere
L’Ucraina, oggi, è la forma più tragica e visibile di questa stessa logica. Ma non nasce dal nulla. Non è un’improvvisa follia del presente. È la riemersione di una lunga pulsione imperiale: l’idea che ciò che è stato sotto Mosca debba, prima o poi, tornare sotto Mosca. Con le buone, con il gas, con la corruzione, con i carri armati, con i missili, con la deportazione dei bambini, con la distruzione delle città, con la riscrittura dei manuali scolastici
La guerra russo-finlandese del 1939, la cosiddetta Guerra d’Inverno, appartiene alla stessa genealogia. La Finlandia era un piccolo Paese libero, vicino, scomodo, troppo indipendente. L’Unione Sovietica pretese territori, sicurezza, profondità strategica. Quando la Finlandia non si piegò, arrivò l’invasione. Il linguaggio era sempre quello: protezione, necessità, sicurezza. La sostanza era la solita: un grande potere che pretende di decidere quanto spazio vitale possa restare a un popolo più piccolo
I Paesi baltici furono travolti dalla medesima logica. Estonia, Lettonia e Lituania vennero occupate, annesse, sovietizzate. Le loro élite furono colpite, le popolazioni deportate, le istituzioni cancellate, la memoria nazionale compressa sotto la retorica della liberazione. Anche lì, il potere russo-sovietico non si presentò mai come invasore. Si presentò come necessità storica. Gli imperi non dicono quasi mai “sto invadendo”. Preferiscono dire “sto proteggendo”, “sto liberando”, “sto stabilizzando”
La Polonia conosce bene questa lingua. L’ha conosciuta nelle spartizioni imperiali, nell’occupazione zarista, nel 1939, quando l’Unione Sovietica entrò da est mentre la Germania nazista devastava da ovest. La Polonia è stata per secoli uno dei luoghi in cui l’imperialismo russo ha mostrato la propria incapacità di accettare l’esistenza di una nazione libera tra sé e l’Europa
La Germania Est nel 1953, l’Ungheria nel 1956, la Cecoslovacchia nel 1968: tre date, tre lezioni. Ogni volta che un popolo o una società provava ad allentare la presa, arrivava il ferro. Gli operai tedeschi orientali furono schiacciati dai carri armati sovietici. Budapest fu invasa. Praga fu occupata. La promessa del socialismo dal volto umano venne cancellata sotto i cingoli. Il messaggio era chiarissimo: potete parlare di riforme, diritti, autonomia, socialismo democratico, ma soltanto finché Mosca lo consente
L’Afghanistan, poi, ha mostrato la versione meridionale della stessa arroganza. Un intervento presentato come aiuto a un governo amico si trasformò in una guerra devastante, lunga, feroce, capace di lasciare dietro di sé rovine, morti, profughi, radicalizzazione, odio. Ancora una volta, lo Stato russo-sovietico entrava in casa d’altri con il linguaggio della stabilizzazione e la pratica della distruzione
Persino nell’Estremo Oriente la storia non è innocente. Le isole Curili meridionali, rivendicate dal Giappone, furono occupate dall’Unione Sovietica alla fine della Seconda guerra mondiale. Anche lì, come spesso accade nella storia russa, la forza militare ha preceduto il diritto, poi il fatto compiuto è stato trasformato in normalità diplomatica. Prima si prende. Poi si aspetta. Dopo qualche decennio, si dice: ormai è storia
Ma la violenza verso l’esterno è soltanto metà del problema. L’altra metà, forse ancora più rivelatrice, riguarda il popolo russo stesso
Perché il primo popolo sottomesso dal potere russo è stato spesso il popolo russo
La Russia zarista ha mantenuto la servitù della gleba fino al 1861. Questo dato dovrebbe essere ripetuto più spesso, perché dice moltissimo. Mentre una parte d’Europa attraversava rivoluzioni politiche, parlamentarismi, borghesie urbane, diritti civili, alfabetizzazione, stampa, conflitti sociali moderni, milioni di contadini russi vivevano ancora in una condizione di dipendenza personale, miseria, arretratezza, subordinazione quasi feudale. La Russia ha abolito tardi la servitù, e anche quando l’ha abolita lo ha fatto in modo incompleto, pesante, carico di debiti e vincoli. De iure una liberazione. De facto, per molti, un’altra forma di prigionia economica
Questa è una delle grandi tragedie russe: lo Stato ha chiesto al popolo sacrificio, obbedienza, sangue, silenzio, ma raramente gli ha dato libertà, prosperità, dignità politica. Lo zarismo non fu una stagione dorata interrotta dal bolscevismo. Fu autocrazia, censura, polizia politica, povertà rurale, pogrom, militarismo, repressione. Le rivolte contadine, le agitazioni operaie, i movimenti rivoluzionari non nacquero da un capriccio ideologico, ma da una società compressa fino allo spasmo
Poi arrivò il comunismo, e molti credettero che l’impero fosse finito. In realtà, cambiò maschera
La Russia sovietica abolì lo zar, ma non abolì la verticalità assoluta del potere. Cambiò il vocabolario: non più autocrazia, ortodossia, zar, impero. Ora rivoluzione, proletariato, partito, avanguardia, socialismo, internazionalismo. Ma sotto le parole nuove restava un’antica abitudine: il centro decide, la società obbedisce, la periferia si adegua, chi dissente sparisce
Non è stato solo Stalin. Stalin è stato l’apice criminale, certo. Il terrore sistematico, le purghe, i Gulag, la dekulakizzazione, le carestie, le deportazioni di popoli interi, l’industrializzazione forzata costruita sulla carne umana. Ma sarebbe troppo comodo scaricare tutto su Stalin, come se la violenza sovietica fosse stata una parentesi patologica dentro una storia altrimenti mite
Non lo è stata
Chruščëv non fu Stalin, ma non fu il padre della libertà. Fu parte del sistema, ne condivise la logica, ne amministrò le eredità, represse l’Ungheria, mantenne l’impero, salvò il partito, non la società. La destalinizzazione non fu democratizzazione. Fu una correzione interna del potere, non una liberazione piena dell’uomo sovietico
Breznev non fu Stalin, ma il suo regime fu stagnazione, censura, conformismo, apparato, militarizzazione, grigiore amministrativo, repressione dei dissidenti, psichiatria politica, controllo culturale, paura bassa ma costante. Non sempre il terrore urla. A volte sussurra. A volte non ti uccide, ti spegne. Ti concede un appartamento, una tessera, un lavoro, una vacanza sindacale, purché tu non pretenda di essere davvero libero
Il comunismo sovietico non ha emancipato il popolo russo. Lo ha mobilitato, sfruttato, sorvegliato, mandato in guerra, educato alla diffidenza, abituato alla doppia verità: una per la cucina, una per la strada. Una per gli amici fidati, una per il funzionario. Una per la coscienza, una per il partito
Questa è forse una delle ferite più profonde: la Russia non ha quasi mai conosciuto una lunga stagione in cui libertà politica, prosperità diffusa, stato di diritto e dignità individuale abbiano potuto crescere insieme. Ha conosciuto potenza militare, espansione territoriale, sacrificio collettivo, grande cultura, scienza, industria pesante, eroismo, resistenza, tragedia. Ma non una vera fioritura civile per la maggioranza della popolazione
Anche dopo il 1991, quando sembrava aprirsi una finestra, quella finestra si è richiusa rapidamente. Gli anni del caos post-sovietico hanno prodotto umiliazione, oligarchie, povertà, svendita, criminalità, collasso sociale. Poi è arrivato Putin, promettendo ordine. Come spesso accade nella storia russa, l’ordine è stato pagato con la libertà. Prima la stabilità, poi il controllo dei media, poi la repressione dell’opposizione, poi l’assassinio politico come ombra permanente, poi la guerra come destino nazionale
La Russia contemporanea non è una deviazione inspiegabile. È la prosecuzione di una storia mai veramente elaborata. Non ha fatto i conti con l’impero zarista. Non ha fatto i conti con il colonialismo interno. Non ha fatto i conti con il patto Molotov-Ribbentrop. Non ha fatto i conti con le deportazioni. Non ha fatto i conti con il Gulag. Non ha fatto i conti con l’Afghanistan. Non ha fatto i conti con la Cecenia. Non ha fatto i conti con la Georgia. Non ha fatto i conti con l’Ucraina
Quando una società non elabora il proprio passato, lo eredita come riflesso
Per questo bisogna essere molto chiari: la Russia, nella sua forma storica di potere, non è mai stata un’amica affidabile dei popoli liberi. Può essere alleata tattica. Può essere partner commerciale. Può essere interlocutore necessario. Può perfino essere, in alcuni momenti, un argine contro un male peggiore, come avvenne nella Seconda guerra mondiale contro il nazismo. Ma amica, nel senso profondo del termine, no
Un’amicizia politica richiede reciprocità, limite, fiducia, rispetto della sovranità altrui, accettazione della libertà dell’altro. La tradizione imperiale russa ha quasi sempre fatto il contrario: ha interpretato la libertà degli altri come minaccia, la sovranità dei vicini come provocazione, l’autonomia delle periferie come tradimento, la memoria delle vittime come propaganda nemica
Chi oggi racconta la Russia come un agnellino ferito, circondato da lupi occidentali, non sta leggendo la storia. Sta scegliendo una favola comoda. Una favola utile a chi vuole confondere l’antiamericanismo con l’intelligenza geopolitica, il pacifismo con la resa, la complessità con l’indulgenza verso l’aggressore
La Russia è stata invasa, certo. Ha subito tragedie immense, certo. Il popolo russo ha pagato prezzi spaventosi, spesso più per colpa del proprio Stato che dei nemici esterni. Ma la sofferenza subita non cancella la violenza esercitata. Una vittima può diventare carnefice. Una nazione martire può costruire un impero brutale. La memoria della guerra patriottica non assolve Budapest. Non assolve Praga. Non assolve Varsavia. Non assolve Grozny. Non assolve Kabul. Non assolve Tbilisi. Non assolve Kyiv
Bisogna dirlo senza odio, ma senza anestesia: la storia russa è una storia immensa, tragica, grandiosa, dolorosa, culturalmente altissima, ma politicamente attraversata da una corrente cupa di militarismo, imperialismo, autoritarismo e dominio
La Russia ha prodotto bellezza, ma ha anche prodotto paura
Ha prodotto letteratura universale, ma ha anche prodotto polizia politica
Ha prodotto musiche capaci di commuovere il mondo, ma ha anche prodotto deportazioni di massa
Ha sconfitto il nazismo, ma ha anche occupato popoli
Ha parlato di fratellanza, ma ha praticato sottomissione
Ha invocato sicurezza, ma ha creato insicurezza attorno a sé
Ha promesso liberazione, ma troppe volte ha portato catene
Questo non significa condannare ogni russo, né negare l’esistenza di una Russia dissidente, libera, perseguitata, intelligente, europea, umana. Anzi, quella Russia va difesa proprio perché è stata la prima vittima della propria autocrazia. I dissidenti russi, i giornalisti uccisi, gli oppositori avvelenati, gli intellettuali esiliati, le madri dei soldati mandati al macello, i giovani incarcerati per una parola sbagliata, appartengono a una Russia che merita rispetto
Ma quella Russia non comanda
A comandare, troppo spesso, è l’altra: quella del Cremlino, dell’apparato, della polizia, del generale, del funzionario, del patriarca allineato, del propagandista televisivo, dell’oligarca, del burocrate imperiale che cambia uniforme ma non cambia mentalità
Per questo l’orso russo non è un agnellino. Non lo è stato sotto gli zar. Non lo è stato sotto Lenin. Non lo è stato sotto Stalin. Non lo è stato sotto Chruščëv. Non lo è stato sotto Breznev. Non lo è stato in Afghanistan. Non lo è stato in Cecenia. Non lo è stato in Georgia. Non lo è oggi in Ucraina
La Russia del potere non cerca amicizia. Cerca rispetto nel senso più antico e più brutale della parola: timore, distanza, obbedienza
Il problema non è che la Russia sia “diversa”. Ogni civiltà lo è. Il problema è che il potere russo, nella sua lunga durata storica, ha quasi sempre tradotto la propria diversità in diritto al dominio. Ha trasformato la profondità strategica in diritto all’invasione. La sicurezza in ricatto. La memoria in arma. La cultura in giustificazione. Il sacrificio del proprio popolo in licenza di sacrificare anche gli altri
Dunque no, non serve raccontarsi favole. Non serve fingere che basti un trattato, una stretta di mano, una conferenza internazionale, un nuovo equilibrio energetico, una telefonata tra leader, perché la Russia diventi improvvisamente una democrazia pacifica e rispettosa dei confini altrui
Con la Russia si può trattare. A volte si deve trattare
Ma non bisogna illudersi
Si tratta con un potere che capisce soprattutto il rapporto di forza, la fermezza, il costo dell’aggressione, la chiarezza dei limiti. Ogni ambiguità viene letta come debolezza. Ogni concessione gratuita come anticipo della prossima pretesa. Ogni rimozione storica come invito a ripetere
La pace, con la Russia, non nasce dall’ingenuità. Nasce dalla memoria
Memoria dei tatari di Crimea
Memoria dei popoli siberiani e altaici
Memoria dei baltici deportati
Memoria dei polacchi spartiti
Memoria dei finlandesi invasi
Memoria degli ungheresi schiacciati
Memoria dei cechi e degli slovacchi occupati
Memoria degli afghani devastati
Memoria dei ceceni massacrati
Memoria dei georgiani aggrediti
Memoria degli ucraini invasi
Memoria degli ebrei perseguitati nei pogrom dell’Impero russo, dove l’antisemitismo non fu soltanto pregiudizio popolare, ma spesso clima politico, capro espiatorio, violenza tollerata e strumento di distrazione sociale
Memoria degli stessi russi, sottomessi per secoli a uno Stato che ha chiesto loro tutto e ha dato loro pochissimo in cambio: grandezza astratta, orgoglio imperiale, parate, inni, monumenti, bare
La Russia non è un agnellino. La Russia del potere è un impero che non ha mai davvero accettato di diventare uno Stato normale
Forse questo è il punto più duro da dire, ma anche il più necessario: il problema russo non è soltanto Putin. Putin è il volto attuale di una malattia più antica. Prima di lui c’erano altri nomi, altre uniformi, altri stemmi, altre bandiere. Dopo di lui, se nulla cambierà nella coscienza profonda del Paese, potranno arrivarne altri
La Russia potrà diventare amica soltanto quando smetterà di pensarsi come destino degli altri
Fino ad allora, chiamarla amica non è realismo. È rimozione
E la rimozione, in politica internazionale, non è mai innocente. È soltanto il modo elegante con cui si prepara la prossima tragedia.»